22.07.04

Organizzando Muver

UN CONTRIBUTO SULLA PRATICA DEGLI SPORTELLI METROPOLITANI

Siamo il “laboratorio del precariato metropolitano”, un’esperienza che cresce nell’occupazione di quello che prima era il cinodromo della capitale. Un’esperienza che sperimenta un percorso autorganizzato di autodeterminazione della vita, attraverso il rifiuto del lavoro come meccanismo di controllo e come istituzione totale.
Ogni giorno noi occupanti, insieme a tanti di quelli che attraversano questo posto, facciamo uno, due o tre lavori sempre diversi, sempre pagati male, sempre senza prospettive.
Viviamo in un contesto produttivo che ha generato frantumazione, dispersione e incomunicabilità, facendo leva sul ricatto del reddito e sulla precarietà generalizzata.
Siamo tecnici informatici, fonici, facchini, camerieri, operatori del terzo settore, studenti/borsisti, disoccupati.
Crediamo che un luogo come un laboratorio, che sperimenta nuove forme di autogestione e cooperazione, rappresenti un primo passo nella direzione di una riappropriazione diretta di bisogni quali la casa, la socialità, la comunicazione e l’informazione.
La condizione di precarietà che ci accomuna, a prescindere dalla tipologia lavorativa e contrattuale di ciascuno, scaturisce dall’intermittenza di un reddito non continuato, non garantito, fonte di ricatto insopportabile.Se una volta la produzione si basava fondamentalmente sull’industria, ora, nelle nostre metropoli, il baricentro della riproduzione di capitale si è spostato sul settore dei servizi, quello che comunemente chiamiamo terzo settore.
Anche il processo di valorizzazione ha subito una trasformazione radicale. Il capitale non valorizza più solo la capacità manuale del lavoratore ma le sue attitudini conoscitive, relazionali e comunicative. Tutte capacità immateriali che vengono sussunte da un processo produttivo ristrutturato, che sfrutta, ricava profitti, espande e si espande in ambiti come quelli della comunicazione, della net economy, della formazione e della stessa cooperazione sociale.

Attraverso queste modalità diveniamo permanentemente produttivi riscontriamo forti difficoltà a distinguere i tempi di lavoro dai tempi di vita.
Infatti la trasformazione del contenuto del lavoro postfordista, e cioè il lavoro relazionale, comunicativo o di gruppo, comporta una definitiva compressione dei tempi di vita nei tempi di lavoro.
Mentre il lavoro riduce lo spazio e il tempo per i nostri desideri, aumenta contemporaneamente la pervasività del suo controllo sulla vita
Il lavoro, trasformato nei suoi contenuti relazionali e nelle sue forme in produzione diffusa, è la sintesi tra una modalità classica che prevede un rapporto di subordinazione e mera operatività e una modalità di tipo “volontaristico” che scaturisce da una adesione personale, quasi etica, al contenuto stesso del lavoro.
Ad esempio, nei servizi alla persona, la posizione di chi compie la prestazione rimane indefinita e inclassificabile. Incapace di generare un’identità di lavoratore, è solo un riconoscimento di una prestazione socialmente utile.

“Il senso di responsabilità dimostrato” nel salvaguardare un servizio si traduce in immobilismo e assenza di momenti di conflitto e di trasformazione dei rapporti di lavoro. Questo ricatto costante inchioda la precarietà di vita ad un continuo mutismo.
Questo silenzio è funzionale alla logica produttiva che mira all’ottimizzazione e alla massimizzazione dei profitti. Massimizzare i profitti significa appaltare al ribasso e pagare sempre meno chi lavora.
Un lavoro, che laddove non è del tutto affettivo, si distingue comunque per una forte valenza del legame emotivo e del senso di responsabilità personale: un processo che nelle aziende i responsabili delle risorse umane chiamano fidelizzazione del lavoratore.
Laddove non esiste il coinvolgimento emotivo e dove la competizione sovrasta la cooperazione, subentra il continuo ricatto della precarietà nelle esigenze materiali, nelle scelte, nei comportamenti, nelle relazioni, in poche parole nella vita.

Nelle metropoli, inoltre, l’esigenza di differenziare il servizio raggiungendo le diverse richieste del consumatore-utente, fa si che si sviluppi una produzione diffusa nei territori.
Se si tiene presente che nella maggior parte dei casi le suddivisioni amministrative non corrispondono all’area di influenza economica reale di un comune, bisognerà cercare di integrare nel piano di azione locale quei territori che formno quella che viene denominata una unica “area di mercato del lavoro”, intesa come lo spazio in cui vengono prodotte la maggior parte delle interazioni fra lavoratori, aziende e amministrazione locale. (da documento di sviluppo e monitoraggio dei Piani d’Azione Locale, Occupazione e politiche territoriali, Quaderni spinn Italialavoro, Ministero del lavoro e delle politiche sociali)

Il territorio è uno spazio metropolitano, un luogo dove consumiamo, produciamo, ci formiamo, ci informiamo e costruiamo relazioni sociali. Nell’arco di una giornata attraversiamo molti territori, diversi per conformazione geografica, urbanistica e per la molteplicità delle loro caretteristiche produttive.
Lo sforzo che appartiene all’esperienza del Laboratorio Acrobax Project riguarda essenzialmente la comprensione di quegli elementi soggettivi e relazionali così come di quelli oggettivi ed istituzionali che animano e riempiono di senso il territorio in cui siamo inseriti e di cui ci sentiamo parte integrante. Grazie alla vitalità dei suoi elementi costitutivi, il territorio stesso è un entità mutevole, in continua trasformazione e continuamente in cerca di nuove connessioni. Questo meccanismo dal basso di connessioni reciproche, che producono scambio di informazioni, di sapere, di solidarietà e socialità, al di fuori della logica del profitto, contiene in potenza la cooperazione sociale.
Nella realtà il territorio viene riscritto non dai bisogni sociali, ma coattivamente dalle esigenze di produttività del mercato.
Anche nel nostro territorio il passaggio dal fordismo al post-fordismo ha comportato la dismissione di alcune vecchie fabbriche (area del gazometro, area delle officine meccaniche di via della vasca navale, ex mercati generali). Quella che prima era periferia della città è diventata una zona centrale nella metropoli. Il processo di riqualificazione del territorio, sempre definito in base alle capacità di produzione di profitto, ha determinato l’espansione e la creazione ex novo di servizi.

Il caso esemplare è rappresentato dallo sviluppo invasivo, rapidissimo e reticolare dell’università Roma Tre, che esattamente come un agente economico ha innescato un processo di colonizzazione e pianificazione territoriale (acquistando le aree dismesse e costruendo ovunque le sedi delle nuove facoltà), gestito in una dinamica che ha escluso totalmente la partecipazione della cittadinanza dai processi decisionali.

In termini di mero profitto, le conseguenze di questa colonizzazione sono sicuramente positive, come ci ricorda la politica pubblicitaria dell’Ateneo: i commercianti gioiscono dell’aumento della clientela, i proprietari di casa non si lamentano dell’aumento del valore degli immobili, si aprono nuove prospettive occupazionali... Oltre l’apparenza di questa visibile ricchezza, concentrata tra pochi soggetti, esiste una latente e progressiva precarizzazione della vita dei tanti che pagano un affitto sempre più alto, che trovano solo lavori intermittenti, che si spostano con difficoltà sempre maggiori nella metropoli congestionata, che subiscono l’aumento del costo della vita.
Tra i vari attori economici del territorio, Roma Tre , ha sicuramente uno dei ruoli da protagonista per la capacità di intrecciare , supportare e coadiuvare la atre realtà che si muovono in questa porzione metropolitana: cooperative,agenzie interinali, associazioni, servizi del divertimento e amministrazione pubblica. Questi attori attuano una vera e propria concertazione territoriale che esclude i soggetti reali e le reti sociali, quando non le piega alla propria progettualità economica.

Questa università nasce già riformata (vera e propria fabbrica del sapere) e si caratterizza per un legame visibile tra mercato della formazione e intermediazione privata del lavoro; tale sinergia è visibile fisicamente, quando vicino ad ogni facoltà nasce un’agenzia interinale, formalmente quando l’università organizza convegni sulle nuove prospettive occupazionali dei giovani laureati.
La ridefinizione del territorio oltre ad aver risignificato la fisionomia del lavoro e della comunità, ha portato nuovi attori ad attraversare quotidianamente (che sia per ore o anni) questo spazio metropolitano. Studenti (spesso fuori sede), tutti coloro che lavorano direttamente e indirettamente nell’indotto dell’università (dalle cooperative di manutenzione, pulizie, gestione ordinaria, amministrazione, biblioteche, mense, sicurezza fino ai ricercatori, dottorandi, docenti a contratto), commercianti e dipendenti precari di queste attività (vedi bar, pub, ristoranti, librerie e copisterie, cinema e teatri) e le già citate agenzie di lavoro interinale (Adecco, Manpower, Quanta, Brookstreet).

Inoltre non bisogna tralasciare la presenza consistente di migranti che sono parte del tessuto attivo del territorio “per i quali” sono stati creati nuovi servizi ad hoc: lavanderie,agenzie di rimesse (Western Union), phone center.
Questi nuovi servizi, che sembrano aver migliorato la realtà territoriale, sono un cane che si morde la coda nella misura in cui molto spesso gli utenti fanno parte dell’esercito di precari e precarie che subiscono la metropoli.
Questo universo molteplice di precari è invisibile perchè la condizione stessa di precarietà viene vissuta in modo soggettivo e intimo tra la speranza di un riscatto, di una svolta individuale attraverso il lavoro, e la difficoltà di trovare momenti di confronto collettivi nella vita di tutti i giorni. La frammentazione del tessuto sociale non è casuale: risponde alla vecchia logica del divide et impera, introduce forti pressioni competitive tra i soggetti sociali, aggira i rapporti di forza a tutto vantaggio del profitto permettendo condizioni di sfruttamento inimmaginabili in un contesto sociale coeso. Siamo costretti a rincorrere una formazione permanente orientata esclusivamente al lavoro, a schizzare da una parte all’altra della metropoli per cercare mille lavori tra un centro per l’impego e un’agenzia interinale, a rimanere in famiglia perchè le case e gli affitti sono inarrivabili per i precari.

La scelta di occupare uno spazio (di proprietà del comune) nasce per dare un nuovo significato allo spazio pubblico di fronte alla privatizzazione e devastazione del sociale; lì dove i bisogni, le reti e la comunicazione che attraversano il tessuto sociale sono esclusi e privati di uno spazio di autonomia, nasce il progetto del laboratorio del precariato. Sullo spazio di cui ci siamo riappropriati aleggia lo spettro di un centro commerciale: un luogo sempre attraversabile dalla moltitudine precaria ma secondo logiche privatistiche e di mercato, una modalità di riqualificazione urbana che promuove di nuovo un centro di produzione, consumo e socialità al centro del territorio senza fermarsi (i tempi del sociale sono lenti) senza ascoltare la sua dinamicità mettendola esclusivamente in produzione.


MUoversi VErso il Reddito...

Gli sportelli sono uno strumento di intervento e di interazione con il territorio metropolitano, un spazio pubblico per favorire la circolazione delle informazioni, per creare nella città momenti di confronto e riconoscimento tra precari e per immaginare comunemente possibili percorsi di lotta.
Gli sportelli metropolitani sono per noi strumento di lotta, possibile spazio comune di soggettivazione, sono un luogo dove a partire dai bisogni e dai desideri comuni è possibile sperimentare una prima forma di ricomposizione sociale.

Il processo di soggettivazione che tentiamo di costruire collettivamente passa, prima di tutto, attraverso il riconoscimento reciproco, anche nelle differenze delle sue mille forme, di una condizione comune di sfruttamento e di precarietà.
Crediamo che la condivisione e la socializzazione orizzontale delle informazioni rompa quel meccanismo di frammentazione sociale che produce solitudini nella moltitudine precaria. Valorizzare questo passaggio significa per noi qualificare una delle prime funzioni fondamentali degli sportelli metropolitani: quella della comunicazione e socializzazione delle informazioni.

Posted by Acrobax at 22.07.04 10:57
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