27.05.04

Organizzando MUVER: un contributo verso il reddito

Siamo il “laboratorio del precariato metropolitano”, un’esperienza che cresce nell’occupazione di quello che prima era il cinodromo della capitale. Un’esperienza che sperimenta un percorso autorganizzato di autodeterminazione della vita, attraverso il rifiuto del lavoro come meccanismo di controllo e come istituzione totale.
Ogni giorno noi occupanti, insieme a tanti di quelli che attraversano questo posto, facciamo uno, due o tre lavori sempre diversi, sempre pagati male, sempre senza prospettive.
Viviamo in un contesto produttivo che ha generato frantumazione, dispersione e incomunicabilità, facendo leva sul ricatto del reddito e sulla precarietà generalizzata.
Siamo tecnici informatici, fonici, facchini, camerieri, operatori del terzo settore, studenti/borsisti, disoccupati.
Crediamo che un luogo come un laboratorio, che sperimenta nuove forme di autogestione e cooperazione, rappresenti un primo passo nella direzione di una riappropriazione diretta di bisogni quali la casa, la socialità, la comunicazione e l’informazione.
La condizione di precarietà che ci accomuna, a prescindere dalla tipologia lavorativa e contrattuale di ciascuno, scaturisce dall’intermittenza di un reddito non continuato, non garantito, fonte di ricatto insopportabile.

Se una volta la produzione si basava fondamentalmente sull’industria, ora, nelle nostre metropoli, il baricentro della riproduzione di capitale si è spostato sul settore dei servizi, quello che comunemente chiamiamo terzo settore.
Anche il processo di valorizzazione ha subito una trasformazione radicale. Il capitale non valorizza più solo la capacità manuale del lavoratore ma le sue attitudini conoscitive, relazionali e comunicative. Tutte capacità immateriali che vengono sussunte da un processo produttivo ristrutturato, che sfrutta, ricava profitti, espande e si espande in ambiti come quelli della comunicazione, della net economy, della formazione e della stessa cooperazione sociale.

Attraverso queste modalità diveniamo permanentemente produttivi riscontriamo forti difficoltà a distinguere i tempi di lavoro dai tempi di vita.
Infatti la trasformazione del contenuto del lavoro postfordista, e cioè il lavoro relazionale, comunicativo o di gruppo, comporta una definitiva compressione dei tempi di vita nei tempi di lavoro.
Mentre il lavoro riduce lo spazio e il tempo per i nostri desideri, aumenta contemporaneamente la pervasività del suo controllo sulla vita
Il lavoro, trasformato nei suoi contenuti relazionali e nelle sue forme in produzione diffusa, è la sintesi tra una modalità classica che prevede un rapporto di subordinazione e mera operatività e una modalità di tipo “volontaristico” che scaturisce da una adesione personale, quasi etica, al contenuto stesso del lavoro.
Ad esempio, nei servizi alla persona, la posizione di chi compie la prestazione rimane indefinita e inclassificabile. Incapace di generare un’identità di lavoratore, è solo un riconoscimento di una prestazione socialmente utile.

“Il senso di responsabilità dimostrato” nel salvaguardare un servizio si traduce in immobilismo e assenza di momenti di conflitto e di trasformazione dei rapporti di lavoro. Questo ricatto costante inchioda la precarietà di vita ad un continuo mutismo.
Questo silenzio è funzionale alla logica produttiva che mira all’ottimizzazione e alla massimizzazione dei profitti. Massimizzare i profitti significa appaltare al ribasso e pagare sempre meno chi lavora.
Un lavoro, che laddove non è del tutto affettivo, si distingue comunque per una forte valenza del legame emotivo e del senso di responsabilità personale: un processo che nelle aziende i responsabili delle risorse umane chiamano fidelizzazione del lavoratore.
Laddove non esiste il coinvolgimento emotivo e dove la competizione sovrasta la cooperazione, subentra il continuo ricatto della precarietà nelle esigenze materiali, nelle scelte, nei comportamenti, nelle relazioni, in poche parole nella vita.

Nelle metropoli, inoltre, l’esigenza di differenziare il servizio raggiungendo le diverse richieste del consumatore-utente, fa si che si sviluppi una produzione diffusa nei territori.
Se si tiene presente che nella maggior parte dei casi le suddivisioni amministrative non corrispondono all’area di influenza economica reale di un comune, bisognerà cercare di integrare nel piano di azione locale quei territori che formno quella che viene denominata una unica “area di mercato del lavoro”, intesa come lo spazio in cui vengono prodotte la maggior parte delle interazioni fra lavoratori, aziende e amministrazione locale. (da documento di sviluppo e monitoraggio dei Piani d’Azione Locale, Occupazione e politiche territoriali, Quaderni spinn Italialavoro, Ministero del lavoro e delle politiche sociali)

Il territorio è uno spazio metropolitano, un luogo dove consumiamo, produciamo, ci formiamo, ci informiamo e costruiamo relazioni sociali. Nell’arco di una giornata attraversiamo molti territori, diversi per conformazione geografica, urbanistica e per la molteplicità delle loro caretteristiche produttive.
Lo sforzo che appartiene all’esperienza del Laboratorio Acrobax Project riguarda essenzialmente la comprensione di quegli elementi soggettivi e relazionali così come di quelli oggettivi ed istituzionali che animano e riempiono di senso il territorio in cui siamo inseriti e di cui ci sentiamo parte integrante. Grazie alla vitalità dei suoi elementi costitutivi, il territorio stesso è un entità mutevole, in continua trasformazione e continuamente in cerca di nuove connessioni. Questo meccanismo dal basso di connessioni reciproche, che producono scambio di informazioni, di sapere, di solidarietà e socialità, al di fuori della logica del profitto, contiene in potenza la cooperazione sociale.
Nella realtà il territorio viene riscritto non dai bisogni sociali, ma coattivamente dalle esigenze di produttività del mercato.
Anche nel nostro territorio il passaggio dal fordismo al post-fordismo ha comportato la dismissione di alcune vecchie fabbriche (area del gazometro, area delle officine meccaniche di via della vasca navale, ex mercati generali). Quella che prima era periferia della città è diventata una zona centrale nella metropoli. Il processo di riqualificazione del territorio, sempre definito in base alle capacità di produzione di profitto, ha determinato l’espansione e la creazione ex novo di servizi.

Il caso esemplare è rappresentato dallo sviluppo invasivo, rapidissimo e reticolare dell’università Roma Tre, che esattamente come un agente economico ha innescato un processo di colonizzazione e pianificazione territoriale (acquistando le aree dismesse e costruendo ovunque le sedi delle nuove facoltà), gestito in una dinamica che ha escluso totalmente la partecipazione della cittadinanza dai processi decisionali.

In termini di mero profitto, le conseguenze di questa colonizzazione sono sicuramente positive, come ci ricorda la politica pubblicitaria dell’Ateneo: i commercianti gioiscono dell’aumento della clientela, i proprietari di casa non si lamentano dell’aumento del valore degli immobili, si aprono nuove prospettive occupazionali... Oltre l’apparenza di questa visibile ricchezza, concentrata tra pochi soggetti, esiste una latente e progressiva precarizzazione della vita dei tanti che pagano un affitto sempre più alto, che trovano solo lavori intermittenti, che si spostano con difficoltà sempre maggiori nella metropoli congestionata, che subiscono l’aumento del costo della vita.
Tra i vari attori economici del territorio, Roma Tre , ha sicuramente uno dei ruoli da protagonista per la capacità di intrecciare , supportare e coadiuvare la atre realtà che si muovono in questa porzione metropolitana: cooperative,agenzie interinali, associazioni, servizi del divertimento e amministrazione pubblica. Questi attori attuano una vera e propria concertazione territoriale che esclude i soggetti reali e le reti sociali, quando non le piega alla propria progettualità economica.

Questa università nasce già riformata (vera e propria fabbrica del sapere) e si caratterizza per un legame visibile tra mercato della formazione e intermediazione privata del lavoro; tale sinergia è visibile fisicamente, quando vicino ad ogni facoltà nasce un’agenzia interinale, formalmente quando l’università organizza convegni sulle nuove prospettive occupazionali dei giovani laureati.
La ridefinizione del territorio oltre ad aver risignificato la fisionomia del lavoro e della comunità, ha portato nuovi attori ad attraversare quotidianamente (che sia per ore o anni) questo spazio metropolitano. Studenti (spesso fuori sede), tutti coloro che lavorano direttamente e indirettamente nell’indotto dell’università (dalle cooperative di manutenzione, pulizie, gestione ordinaria, amministrazione, biblioteche, mense, sicurezza fino ai ricercatori, dottorandi, docenti a contratto), commercianti e dipendenti precari di queste attività (vedi bar, pub, ristoranti, librerie e copisterie, cinema e teatri) e le già citate agenzie di lavoro interinale (Adecco, Manpower, Quanta, Brookstreet).

Inoltre non bisogna tralasciare la presenza consistente di migranti che sono parte del tessuto attivo del territorio “per i quali” sono stati creati nuovi servizi ad hoc: lavanderie,agenzie di rimesse (Western Union), phone center.
Questi nuovi servizi, che sembrano aver migliorato la realtà territoriale, sono un cane che si morde la coda nella misura in cui molto spesso gli utenti fanno parte dell’esercito di precari e precarie che subiscono la metropoli.
Questo universo molteplice di precari è invisibile perchè la condizione stessa di precarietà viene vissuta in modo soggettivo e intimo tra la speranza di un riscatto, di una svolta individuale attraverso il lavoro, e la difficoltà di trovare momenti di confronto collettivi nella vita di tutti i giorni. La frammentazione del tessuto sociale non è casuale: risponde alla vecchia logica del divide et impera, introduce forti pressioni competitive tra i soggetti sociali, aggira i rapporti di forza a tutto vantaggio del profitto permettendo condizioni di sfruttamento inimmaginabili in un contesto sociale coeso. Siamo costretti a rincorrere una formazione permanente orientata esclusivamente al lavoro, a schizzare da una parte all’altra della metropoli per cercare mille lavori tra un centro per l’impego e un’agenzia interinale, a rimanere in famiglia perchè le case e gli affitti sono inarrivabili per i precari.

La scelta di occupare uno spazio (di proprietà del comune) nasce per dare un nuovo significato allo spazio pubblico di fronte alla privatizzazione e devastazione del sociale; lì dove i bisogni, le reti e la comunicazione che attraversano il tessuto sociale sono esclusi e privati di uno spazio di autonomia, nasce il progetto del laboratorio del precariato. Sullo spazio di cui ci siamo riappropriati aleggia lo spettro di un centro commerciale: un luogo sempre attraversabile dalla moltitudine precaria ma secondo logiche privatistiche e di mercato, una modalità di riqualificazione urbana che promuove di nuovo un centro di produzione, consumo e socialità al centro del territorio senza fermarsi (i tempi del sociale sono lenti) senza ascoltare la sua dinamicità mettendola esclusivamente in produzione.


MUoversi VErso il Reddito...

Gli sportelli sono uno strumento di intervento e di interazione con il territorio metropolitano, un spazio pubblico per favorire la circolazione delle informazioni, per creare nella città momenti di confronto e riconoscimento tra precari e per immaginare comunemente possibili percorsi di lotta.
Gli sportelli metropolitani sono per noi strumento di lotta, possibile spazio comune di soggettivazione, sono un luogo dove a partire dai bisogni e dai desideri comuni è possibile sperimentare una prima forma di ricomposizione sociale.

Il processo di soggettivazione che tentiamo di costruire collettivamente passa, prima di tutto, attraverso il riconoscimento reciproco, anche nelle differenze delle sue mille forme, di una condizione comune di sfruttamento e di precarietà.
Crediamo che la condivisione e la socializzazione orizzontale delle informazioni rompa quel meccanismo di frammentazione sociale che produce solitudini nella moltitudine precaria. Valorizzare questo passaggio significa per noi qualificare una delle prime funzioni fondamentali degli sportelli metropolitani: quella della comunicazione e socializzazione delle informazioni.

In un contesto dominato dai processi produttivi immateriali e dai velocissimi processi di intellettualizzazione del lavoro, gli sportelli di lotta agiscono sul piano dello scambio relazionale delle informazioni, producendo quelle forme di conflitto e di cooperazione autonoma che si vanno attestando adeguatamente sui livelli più avanzati della trasformazione e della ristrutturazione capitalistica.

Vale a dire che rimodulare attraverso lo spazio politico dell’autorganizzazione i contenuti immateriali delle informazioni, veicolandoli dentro circuiti aperti/open source, significa voler procedere sul piano delle forme antagonistiche ed emergenti del conflitto sociale contemporaneo.
Invertire il senso del flusso informativo ridefinisce quindi lo spazio nel quale i soggetti, come macchine linguistiche, mettono a valore tutte le loro capacità emotive relazionali e comunicative sottraendole alla sussunzione del mercato, verso una dinamica di cooperazione diffusa, tesa al rovesciamento del comando capitalistico.

Vi è dietro gli sportelli un fare comune contemporaneamente strumentale e progettuale.

Strumentale nel momento in cui corrisponde ai bisogni immediati che i soggetti metropolitani esprimono. Progettuale nella misura in cui costruisce quelle reti sociali che sul terreno della cooperazione autonoma puntano al cambiamento radicale dei rapporti di forza attuali, costituendosi come soggetti protagonisti dei processi di autovalorizzazione.
L’esperienza degli sportelli informativi e di lotta ribalta immediatamente il modello di servizio informativo tradizionale, poiché se vissuta nei centri sociali, nelle case occupate, nei laboratori sociali costituisce di per sé lo spazio politico di agibilità per quei momenti di lotta, riappropriazione e risignificazione di spazio pubblico, totalmente estranei alle agenzie di lavoro interinale, ai C.O.L. o ai collocamenti pubblici e privati.

La socializzazione delle informazioni diviene quindi la prima ed immediata funzione di Muver, lo strumento con il quale intercettare non solo le emergenze più drammatiche, come spesso capita con le ultime occupazioni di casa, ma anche le diverse forme della precarietà, apparentemente meno estreme ma non per questo diversamente insostenibili. La precarietà abitativa per esempio comprende condizioni fortemente diversificate: dai senza tetto (prevalentemente migranti), agli studenti fuori sede, alle famiglie le cui case vanno nelle mani delle banche attraverso le cartolarizzazioni, fino a tutto quel precariato diffuso che va dai venti anni in su.
Gli sportelli metropolitani sono per noi uno strumento agile e flessibile, modulato sugli interstizi della frammentazione metropolitana. Sono la risposta minimamente adeguata alle stratificazioni prodotte dalle privatizzazioni e dalle speculazioni che hanno irregimentato e ridisegnato il territorio metropolitano attraverso l’ideologia del profitto.

Ma c’è un secondo passaggio che gli sportelli di lotta possono contribuire a determinare nella costruzione di un processo comune di autorganizzazione. E’ ovviamente il passaggio di rivendicazione verso un reddito garantito ed universale.
E’ la rivendicazione intorno alla quale noi acrobati abbiamo pensato, immaginato ed occupato il nostro Laboratorio. La rivendicazione di reddito è secondo noi il primo piano di scontro possibile contro il ricatto della precarietà. E’ il minimo che ci devono a fronte della produttività permanente di cui siamo portatori. E’ quel luogo di possibile ricomposizione che oltrepassa la dimensione frammentaria della precarietà contemporanea e la costante parzialità delle rivendicazioni che le soggettività precarie attualmente esprimono. E’ per noi la rivendicazione intorno alla quale diviene fondamentale fare massa critica per alimentare e connettere quelle forme isolate di conflitto, rabbia e rifiuto del lavoro.

Tutto questo non avviene semplicemente attraverso gli sportelli informativi e di lotta. Tutto ciò fa parte di un processo lungo e complesso per il quale nessuno può credere all’oggi di avere la formula magica o la soluzione a portata di mano. Ma di una cosa siamo sicuri, un processo va alimentato e stimolato e gli sportelli servono sostanzialmente a questo.
Se gli sportelli devono funzionare come uno dei carburanti possibili di questo processo, si devono proporre sia come luogo materiale di ricomposizione, sia come elemento di precipitazione: le due cose formano una miscela inscindibile.

Ma nella costruzione reale dei rapporti di forza in questa società è necessario concepire delle formule e delle modalità organizzative che abbiano come obiettivo la valorizzazione della dinamica di rete e la dislocazione di articolazioni autonome sui territori.
Per questo siamo pienamente consapevoli che se gli sportelli metropolitani riusciranno ad aggregare e ad essere vero elemento di ricomposizione vi riusciranno solo in una modalità organizzativa orizzontale e reticolare nella valorizzazione delle differenze verso una costruzione tendenzialmente anticomunitaria del fare società.


Organizzando Muver…

Muver costruisce. Costruisce fratture attive e critiche nel territorio. Dalla metropolitana al mercato di quartiere, a quella fabbrica diffusa che è l’Università di Roma Tre. Passando per le case occupate o quelle in via cartolarizzazione, fino alle conflittualità nei luoghi di lavoro che siano i depositi degli autoferrotranvieri o i canili comunali in agitazione per il contratto. Muver ha la presunzione di credere che solo mediante le lotte costruite attraverso l’integrazione di percorsi reali si possa superare insieme la frammentazione vissuta nella metropoli.

Muver vuole essere un dispositivo riproducibile, aperto e moltiplicabile il cui intervento diviene intercettare chi abbia voglia e bisogno di confrontarsi, per uscire dall’invisibillità sociale e attivare percorsi comuni e concreti di riappropriazione e di lotta.
L’organizzazione degli sportelli rappresenta una rottura rispetto a quel rapporto tra esperto e utente che si crea nell’ordinarietà del servizio al pubblico e che mantiene di fatto i soggetti in una costante condizione di passività.
Nello sportello di Muver non ci sono vetri, non ci sono sportellisti e non ci sono utenti: c’è invece un meccanismo fluido che anima il rapporto tra i/le precari/e tra loro e con il territorio nel quale si articolano le loro esperienze di precarietà e di lotta. Nulla di insuperabile separa chi chiede da chi dà informazioni, chi vuole fare una vertenza da chi vuole leggere un contratto di lavoro, chi occupa casa da chi ha problemi con lo sfratto…

La comune condizione di precarietà tra coloro che attraversano settimanalmente lo sportello mette in moto un circolo virtuoso di scambio di informazioni e di inchiesta viva su quelle che sono le problematiche e i bisogni comuni.
Agli sportelli non ci sono file perché tutt@ sappiamo che non è il momento di risolvere i conflitti ognuno per se stesso e che vogliamo sedere in cerchio perché nessuno può dire da solo quale sia la soluzione giusta ad un problema.
Muver è attivo il venerdì dalle 17 alle 21 nel tunnel dell’ex-Cinodromo ed è itinerante sul territorio per intercettare i flussi di precari che si sviluppano nella metropoli e che non necessariamente passano automaticamente per uno spazio occupato. Questo limite oggettivo ci impone uno sforzo di ridefinizione della categoria dello spazio pubblico, una riflessione che ha portato a sperimentare la stessa pratica dello sportello di MUveR.
Avvocati e consulenti del lavoro mettono a disposizione le loro competenze, in un circolo aperto di scambio di informazioni che spesso si integra con le storie, i vissuti e le conoscenze di chi attraverso Muver, cerca di trasformare la propria condizione di precarietà.

La pratica dell’occupazione e dell’autogestione, i percorsi sociali e le dinamiche di lotta che ogni giorno attivamente attraversiamo e costruiamo ci mostrano che l’unica possibilità di superare l’alienazione, la frammentazione e la disgregazione che ci impone il mercato è quella di aprire spazi di confronto pubblico e orizzontale che rimettano al centro i nostri bisogni e i nostri desideri.
L’intervento degli sportelli nella lotta contro la precarietà di vita si articola su diversi piani a partire dai bisogni diffusi: in particolare l’emergenza della precarietà abitativa, la repentina e radicale precarizzazione del mercato del lavoro e l’incertezza della condizione dei migranti aggravata dall’infame legge Bossi-Fini

L’esperienza degli sportelli indica che i piani della precarietà sul lavoro, sulla casa, della cittadinanza sono tutt’altro che ambiti ben distinti tra loro: uno straniero in Italia in attesa di permesso di soggiorno deve fornire garanzia di “stabilità” lavorativa nonchè abitativa, e se manca un anello il cerchio non si chiude. Senza residenza e cessione di fabbricato la questura non concede il permesso di soggiorno, senza permesso non si trova lavoro e se anche il lavoro si trova è precario, a tempo determinato e il rinnovo del permesso dura poco e la storia ricomincia...
Anche per chi non ha il problema della cittadinanza, la precarietà lavorativa ma soprattutto la non continuità del reddito creano non poche difficoltà se si deve pagare tutto: la casa, i trasporti “pubblici”, la formazione, la sanità...
Al ricatto del reddito si aggiunge quello della solitudine di fronte ad un mercato del lavoro che impone contratti individuali, che ci mette in un rapporto di forza sempre svantaggiato di fronte ai padroni e al loro desiderio di abbassare incessantemente il "costo” (mai risorsa) del nostro lavoro. La normale dinamica sindacale spesso non funziona perchè non solo i contratti ma anche i rapporti di lavoro o di “collaborazione” sono individualizzati.
Lo strumento vertenziale classico rappresenta un modo di rispondere ad un’esigenza di giustizia sociale, ma difficilmente si traduce in una reale trasformazione dei rapporti di forza: le leggi che regolano il mercato del lavoro si sono adeguate alle esigenze della flessibilità e progressivamente erodono l’ambito delle tutele collettive.

La proposta implicita nella pratica dello sportello è quella di estendere al territorio circostante quell’universo di lotte che in passato ancora rimaneva nell’ambito della fabbrica o nel luogo di lavoro in genere. I bisogni che come soggettività precarie esprimiamo trovano infatti risposte nei territori ed è lì che si deve autorganizzare il conflitto.


Libertà di movimento, Cittadinanza Precaria

I flussi globali sono indubbiamente uno dei motori della new-economy e della globalizzazione.
Tutt’altro che esclusa dal ciclo produttivo, la vita dei migranti è messa a valore continuamente perché trasportano nei loro viaggi conoscenze, informazioni, desideri e competenze preziose per le società che sono meta di migrazione.
Ma a fronte del ruolo fondamentale che le diaspore migratorie assumono nelle nostre società, nel mercato del lavoro e del non lavoro, nella contaminazione culturale, nella produzione di soggettività e nella comunicazione globale, il ricatto sulle vite dei migranti è totale.

Dalla Turco-Napolitano fino alla legge Bossi-Fini, le politiche sull’immigrazione italiane hanno costruito solo gabbie, materiali e immateriali; per un migrante il ricatto sulla vita passa attraverso i CPT e le nuove forme di schedatura e di controllo Europee, attraverso il permesso di soggiorno vincolato a lavoro e casa, per la difficoltà dei ricongiungimenti familiari e la repressione quotidiana nei Commissariati.
E se è vero che i migranti per disperazione sono cooptati come bisognosi dalle varie Caritas e affini, la realtà è che sempre più spesso sono i migranti e i loro bisogni a farsi protagonisti di lotte autorganizzate, praticando la cittadinanza sociale.

Per questo Muver cerca di essere uno sportello autogestito di assistenza legale che oltre ad informare riesca ad attivare, all’interno di una rete, prima territoriale poi metropolitana, dinamiche di rilancio di lotte sociali insieme a tutt@ quell@ che vivono e attraversano questa metropoli.


Lotta per la casa
Informazione>inchiesta>>riappropriazione

Il diritto alla casa è fondamentale per determinare percorsi autonomi di vita.
Perfino la Carta di Nizza (2000) pone la questione delle politiche sulla casa al centro del concetto di sostanzialmente invarstato sociale riaffermando il “diritto all’abitare”, ciò nonostante quello a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni è il definitivo e totale smantellamento del pubblico a favore del privato.
L’assenza di edilizia pubblica e quindi il blocco endemico delle assegnazioni di Case Popolari, la svendita ai privati attraverso i vari tronconi delle cartolarizzazioni (SCIP 1, 2 e l’annunciata SCIP 3) di tutto il patrimonio degli Enti Pubblici, l’aumento illimitato e incontrollato degli affitti, “aiutato” anche dalle politiche del contributo all’affitto del Comune, hanno creato a Roma una situazione di emergenza abitativa esplosiva.
Il numero degli sfratti attuati e annunciati sfiora drammaticamente l’ordine delle migliaia.
Nonostante la recente emanazione del nuovo piano regolatore generale, le politiche abitative e in special modo l’edilizia popolare rimangono sostanzialmente invariate, aggravando l’emergenza abitativa.
Parallelamente cresce lo strumento e la visibilita’ della lotta per la casa: nell’ultimo anno le occupazioni hanno ridisegnato la città, i diversi movimenti di lotta hanno imposto il loro peso in Campidoglio ottenendo un “censimento straordinario” dell’emergenza abitativa, lo stop agli sgomberi annunciati, e aperto prospettive di discussione sullo sblocco delle assegnazioni e sulle politiche abitative in genere.
Canalizzare tutte queste energie significa oggi aprire sportelli informativi per senza casa, senza reddito, studenti, precar@ che non possono permettersi un affitto o un mutuo, significa ridefinire nuove forme di abitare lo spazio pubblico anche attraverso le occupazioni.
Muver cresce con la volontà di pensare, costruire, sostenere e allargare i possibili significati del diritto alla casa e i possibili percorsi di lotta da attivare contro gli sfratti, le cartolarizzazioni, contro le speculazioni edilizie e il privato-sociale.


Media_lab
Dalla condivisione alla circolazione di saperi e tecnologie

Il ruolo di Internet nella costruzione e nella sopravvivenza della società dell’informazione diffusa è evidente a tutti i livelli.
Come resta evidente che, dati i costi dell’hardware e della connessione alla rete, la diffusione di questo media di convergenza globale è comunque parziale e limitato a determinate fasce di reddito.
Ma Internet è molto di più di un servizio all’utente: concetti e pratiche come quella dell’open source, della cooperazione sociale e dello scambio di materiali più eterogenei sono al centro della storia, dello sviluppo e della crescita di Internet.
La cooperazione sociale e lo scambio senza profitto è la base del P2P, la controinformazione e la denuncia del ruolo dei Media Mainstream nel controllo sociale sono il succo di laboratori globali come Indymedia (www.indymedia.org), la condivisione globale di file video è la struttura di New Global Vision (www.ngvision.org).... Per citare solo alcuni esempi di come Internet possa essere veicolo di una cultura diversa e altra da quella del Copyright, dei brevetti e della proprietà intellettuale.
Questi tentativi, sono però costantemente ostacolati dalle politiche sul copyright e dal controllo che mettono in atto, che limitano lo sviluppo e la condivisione dei saperi sulla rete.
Dare gratuitamente l’accesso alla banda larga, scambiare e masterizzare VHS, DVD e CD musicali, software e programmi vari (catalogo su www.acrobax.org), così come fornire competenze attraverso corsi gratuiti di informatica o di Linux, è quindi cominciare a dare centralità a una visione del mondo orizzontale, aperta e globale.
In questo senso il Media_Lab è parte integrante del progetto degli sportelli, perchè rappresenta direttamente una pratica di riappropriazione, diffusione orizzontale di informazioni e produzione di cooperazione.

Gli/Le Acrobati

Posted by Acrobax at 27.05.04 16:19
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