30.01.03

RACCONTO SOGGETTIVO DI UNA NOTTE DI FINE AUTUNNO, DI FINE TURNO, IN MEZZO AD UN PERCORSO.

Quello cui non riesco a smettere di pensare sono le parole di uno del deposito di Collatina. Il principio l’ ha ripetuto in tutte le salse: che loro, autisti, non sono certo le persone più sfigate in questo cazzo di paese.

Ci stanno gli operai che alzano la media della sfiga, e provateci voi a fare 8 ore di fabbrica.
Al confronto sono una festa le 6 ore al giorno di traffico romano, le vibrazioni del sedile che spappolano la schiena, i morbi e i virus che ti acchiappi per forza con tutta la gente che gira, il rischio che ti si bevono se fai una gentilezza a una vecchia che vuole salire fuori fermata. Sono una festa quegli euro che arrivano fissi ad ogni mese, e qualcuno ti dice pure che quella paga non è niente male. Eppure, se ce li danno - continua lui - di certo non ci stanno regalando nulla. Evidentemente questo lavoro di merda li vale. Anzi, a occhio e croce ci stanno fregando com’è nel loro stile, facendo profitto sulle spalle nostre. In ogni caso questo lavoro sarà pure meglio dell’operaio magari, ma fare l’autista è ugualmente un lavoro di merda. E che… dobbiamo diventare tutti operai? Che dovremmo fare, tenerci la merda solo perché c’è chi sta peggio?
Ascoltando questi discorsi mi sono sentito infinitesimo. Della serie io chi sono per stare qua, al deposito di Collatina alle 5 a.m.? Chi sono io che mi permetto di non dormire la notte e faccio militanza in giro per la metropoli?
Vagando tra Tor Sapienza e Collatina, sul raccordo avanti e indietro verso Magliana e poi alla metro, a tutti quelli che c’erano sarà capitato di percepire sulla propria pelle l’appiccicaticcio della figura dello studente che porta solidarietà al lavoratore in lotta, una solidarietà fra diversi, fra settori della società. Non mi sono vergognato di essermi percepito così: è stato normale specialmente pensando a come loro ci hanno, presumibilmente, percepiti. Questo certo deriva anche dalla loro attitudine, dalla tendenza che hanno ad isolarsi in comunicazione verso l’esterno, tutti persi a risolvere la loro aspra dialettica interna sciopero/non sciopero/cambio turno/assemblea permanente. Non è difficile allora immaginare come ci hanno visti, almeno all’inizio: come qualcosa di altro, o peggio come degli studenti che non hanno un cazzo da fare nella vita. E’ scattato un normale automatismo del sociale.
È normale che poi parlando, ragionando, queste sensazioni si diradano e che ci si sforzi perché questo meccanismo venga scardinato. Il nostro agire non è stato né studentesco né solidale. Il messaggio che avevamo da dare loro era da utenti contenti per lo sciopero selvaggio, utenti che invece di infamare davanti alle telecamere perché l’autobus non passa vengono a testimoniarti del consenso sociale che la tua lotta si è guadagnata, cosa che sai media ufficiali non verresti mai a sapere. Il messaggio non era settario perché oltre a “noi utenti, voi lavoratori” diceva “noi (tutti) precari e precarie”. Cioè: al di là dei rispettivi ruoli sociali, oltre le etichette sociologiche, sta la precarietà di vita a rendere simili le nostre diversità.
Eppure quel dubbio continuava a risuonare nei giorni successivi: con quale faccia parlo ad uno che si fa il culo, che ci rimette la salute e si sente comunque privilegiato di fronte ad un operaio? Come posso avere voce in capitolo quando al massimo ho sfacchinato, traslocato, volantinato di tanto in tanto? E poi con quei soldi non ci dovevo mangiare, stando in famiglia. Ora che ci devo mangiare, invece, vivo in un posto occupato, in un percorso di autogestione e autorganizzazione. Vorrà pur dire qualcosa o no? Non può essere semplicemente una forma d’alternativismo o un’inculata per avere meno tempo di…
Non ho risolto questo dubbio finché non ho fatto uno sforzo temporale. Sia pure che ora io sia privilegiato rispetto a questi autisti. Ma tra qualche tempo? Tra anni o anche tra mesi? Già ora andiamo in giro per fare le cameriere, i facchini, le bariste, gli spogliarellisti, traslochi, volontariato e master, tutto questo non perché ci piace ma per sbloccare la propria vita, la stasi che si percepisce nella soddisfazione dei propri bisogni. Se la situazione peggiora, o peggio se nulla cambierà, chi sarebbe nella posizione di forza di rifiutare un posto fisso alla TramBus? Chi sarebbe tanto vigile da non considerare quel posto una svolta? Chi mi assicura che da qui a poco io non sia prigioniero di quell’infame desiderio del lavoro a tempo indeterminato?
Questo ci dicono tutti quegli autobus che uscivano dai depositi in sciopero selvaggio: “quelli li lasciamo andare, sono part-time, aspettano il contratto”. Aspettano e sperano, che i sogni s’avverano. Ma a breve questo sogno non potrebbe essere il mio? Non potrei anche io aver subito la forza seducente di un potere che ad un tempo sottrae e dona, mortifica e regala, chiude strade ma apre vicoli per intravedere prospettive di fuga?
Ancora una volta mi sembra decisivo capire se il contesto di autorganizzazione in cui sono possa dire la sua in risposta. Io non so, ad esempio, se questi autisti a tempo loro ebbero possibilità di scelta. Forse la ebbero tra il lavoro di una vita e il quarto settore. Tra lavoro-legalità-diritti e precarietà dell’illegale. Ma so per certo che noi la possibilità di incidere sul reale ce l’abbiamo, altrimenti non ci saremmo imbarcati con questo mare. Possiamo darci la facoltà di essere scaltri, di anticipare i tempi, di capire le trasformazioni e percepire l’emergenza, e quanto il cambiamento sia impellente, da risolvere da subito vista la lunghezza di certi processi.
Anticipare il futuro, sovrapporlo al presente, perché se un giorno verremo posti di fronte alla proposta del potere sarà difficile rifiutare, perché il potere si fa avanti in mancanza d’alternative: saremo più grandi, più stanchi, perché consci che il tempo non si può buttare all’infinito e a volte bisogna scendere a compromessi. Insomma: non è possibile pareggiare, ma esiste la possibilità di dire: non siamo né operai ne autisti. La questione però non è tanto se lo siamo o meno, ma sul vogliamo esserlo? - possiamo non esserlo? - e soprattutto come facciamo a non esserlo?
È questo il campo di battaglia, segnato da un lato dalla strada del lavoro di una vita, dall’altro dalle svolte assortite che andiamo cercando. In questo campo si apre la terza possibilità della strada collettiva, la possibilità di agire di concerto tra chi è già nella merda e chi la fugge perché qualche schizzo gli è già arrivato addosso. È la possibilità che il contropotere ha di rispondere “ma chi te s’è mai’nculato…” alla proposta del potere. Oltre la collettivizzazione del percorso, non ci sono altre cose da opporre.
Reddito per tutti, mi è venuto da scrivere allora. Non sono partito da qui ma ci sono arrivato, con la testa e lo stomaco.
Penso sia questa la nostra forza. Anzi: la forza di noi tutti, quelli di adesso più quelli di domani e dopodomani.

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Posted by Acrobax at 30.01.03 00:27
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